Perché a Copenaghen ci sono due Sirenette? E la città più felice del mondo lo è davvero?

A Copenaghen può capitare una cosa curiosa: andare a vedere la Sirenetta e scoprire che, poco più in là, ce n’è un’altra.

La prima è quella che tutti conoscono. Seduta sulla roccia, con lo sguardo rivolto verso il mare, è lì dal 1913. La commissionò Carl Jacobsen, il figlio del fondatore della Carlsberg, dopo essere rimasto colpito da un balletto tratto dalla fiaba di Hans Christian Andersen. Il volto fu ispirato alla ballerina Ellen Price, mentre per il corpo posò la moglie dello scultore Edvard Eriksen.

La seconda non è, propriamente, una seconda Sirenetta.

A poche centinaia di metri dalla celebre scultura si trova infatti la Genetically Modified Little Mermaid, parte del gruppo scultoreo The Genetically Modified Paradise dell’artista danese Bjørn Nørgaard. È una creatura deformata, quasi una parodia della sua sorella elegante.

Una è diventata il simbolo della città. L’altra sembra quasi domandare che cosa accada quando un simbolo diventa troppo perfetto.

È una coincidenza piuttosto danese.

Perché Copenaghen è oggi anche la città che viene chiamata «la più felice del mondo». Nel 2026 è risultata prima nell’Happy City Index, davanti a Helsinki e Ginevra. Ma qui bisogna fare attenzione alle parole: l’Happy City Index non chiede semplicemente agli abitanti «quanto siete felici?». Valuta invece condizioni urbane attraverso indicatori che riguardano, fra le altre cose, cittadini, amministrazione, ambiente, economia, salute e mobilità.

È una distinzione tutt’altro che secondaria.

Una città può funzionare bene senza che ogni suo abitante sia felice. Può avere trasporti efficienti, servizi accessibili, spazi pubblici piacevoli e una buona organizzazione della vita quotidiana. Tutte cose che possono rendere la vita migliore. Ma «vivere bene» e «essere felici» non sono necessariamente la stessa cosa.

Lo dimostra anche il confronto con il World Happiness Report: nel 2026 la Danimarca è terza tra i Paesi, mentre al primo posto c’è la Finlandia. Quel rapporto misura invece la valutazione che le persone danno della propria vita attraverso i dati del Gallup World Poll.

Dunque Copenaghen è la città più felice?

Sì, se per «felice» intendiamo ciò che misura l’Happy City Index.

No, se da quella classifica vogliamo dedurre che i suoi abitanti siano, uno per uno, le persone più felici del pianeta.

E forse proprio qui sta la parte più interessante.

La Copenaghen della Sirenetta non è una cartolina perfetta. La statua stessa è stata decapitata, imbrattata, mutilata e persino rimossa dal suo piedistallo nel corso degli anni. È stata continuamente riparata, fino a diventare quasi un monumento anche alla propria capacità di sopravvivere.

E accanto a lei c’è una Sirenetta volutamente sgraziata.

Una città felice, allora, non è necessariamente una città dove tutto è bello.

Forse è una città nella quale il bello e il brutto possono stare abbastanza vicini da non dover fingere che uno dei due non esista.

La prima Sirenetta guarda il mare e sembra aspettare qualcosa.

La seconda sembra ricordarci che anche ciò che abbiamo trasformato in icona può essere rimesso in discussione.

Tra le due passa l’idea più interessante di Copenaghen: non quella della città perfetta, ma quella di una città che ha costruito condizioni favorevoli alla vita senza riuscire e senza poter pretendere di costruire la felicità al posto dei suoi abitanti.

Del resto, nessuna classifica può farlo.

Può misurare una strada, un ospedale, un autobus, un parco, un servizio pubblico. Può persino provare a misurare quanto una città renda facile vivere.

La felicità, però, resta seduta da qualche altra parte.

Magari su una roccia, a guardare il mare.

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